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(Myanmar) L’ospite inatteso

tutto il viaggio lo racconto qui su blogdiviaggi.com 

alla stazione di Hsipaw

“Questa volta voglio assolutamente la prima classe, non ci sono scuse che tengano!” le dissi osservando il tabellone degli arrivi e partenze alla stazione Hsipaw.
Non c’era molto da scegliere, un solo treno al mattino alle 9, in direzione Mandalay, e uno al pomeriggio nella direzione opposta, verso nord est. Il tabellone ci informava che il biglietto normale costava 3 dollari, l’upper class quattro.

“Lo sforzo possiamo farlo, chissà come sarà questo treno, ma sospetto che non sarà certo l’ultimo grido dei trasporti ferroviari birmani” continuai. “Va bene, vada per la prima classe, anche se…” non ebbe il coraggio di finire la frase. La fulminai con un’occhiata, ma vidi che sorrideva e capii che stava solo mettendo alla prova la mia capacità di sopportazione.

Entrammo nella biglietteria, ci sedemmo di fronte al capostazione che, nel giro di un quarto d’ora di passaporti, scartoffie, firme e annotazioni varie sul gigantesco libro mastro ci consegnò i biglietti. Ora c’era solo da aspettare e poi saremo partiti sull’unico treno del Myammar che, in sole 7-8 ore ci avrebbe portato a 70 chilometri più a sud, a Pyi Uo Lwin, la nostra meta.

Voi direte “ma perché diavolo prendere un treno così lento per fare pochi chilometri, quando un bus ci metterebbe molto meno”.  beh, sappiate che era lo stesso pensiero quello che mi ronzava in testa.

“Ma il bus non passa sul Gokteik Viaduct”. Mi aveva detto, perentoria, la mia compagna di viaggio la sera prima mentre cercavamo di farci largo in mezzo alla folla festante  del carnevale di Hsipaw.

Il Gokteik Viaduct

Avevamo scoperto che una delle attrazioni più rinomate della regione Shan è il Gokteik Viaduct, un ponte di ferro costruito all’inizio del secolo scorso dagli americani e che ancora oggi è uno dei più alti ponti ferroviari del mondo e quindi per noi assolutamente imperdibile, nonostante la sconfortante lentezza del viaggio.

Eccolo quindi arrivare: un convoglio vintage annunciato da una colonna di fumo che si alzava dalla motrice.

La carrozza si presentava sudicia, i sedili scomodi e rattoppati, i ventilatori, un tempo bianchi, erano ormai di un colore grigio-nero, prodotto di decenni di polvere e regnatele, ed infine, il cesso, null’altro che un foro circondato da incrostazioni maleodoranti.

Myanmar

“Hai fatto bene ad insistere per l’upper class” mi disse “ci dobbiamo passare 8 ore qui sopra, almeno staremo un po’ più larghi”… mentre dai nostri sedili scorgevamo il vagone della categoria standard: un piccolo esempio di girone infernale, sovraffollato di uomini e merci stipati su panche di legno.

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Mi stavo abituando all’andamento lento del treno che procedeva a passo d’uomo facendosi strada in mezzo alle fronde della selva che insistevano sui binari, intervallati da paesaggi aperti su innumerevoli campi di riso, quando qualcosa colpì la mia attenzione.

Distrattamente avevo distolto gli occhi dal finestrino e, veloce come un lampo, avevo scorto lo scatto di un piccolo topo.
Era passato, fulmineo, da una corsia di sedili all’altra, rimanendo allo scoperto del corridoio solo per una frazione di secondo.
Passarono pochi minuti ed eccolo di nuovo rifare il percorso inverso.
Sorrisi, attento a non farmi vedere, decisi poi di non dire ancora nulla, curioso dei possibili sviluppi di un lungo viaggio in compagnia di un topolino, sempre che fosse l’unico.

Ci fermammo una decina di minuti in un piccolo villaggio, salirono le solite venditrici di cibo seguite stavolta anche da una comitiva di turisti francesi sulla cinquantina, muniti di interprete birmana.

L’interprete e quello che sembrava il capo comitiva si sedettero di fronte a noi, gli altri si sparpagliarono, chiassosi, nei sedili intorno.

Il topo per un po’ non si fece vedere, forse intimorito dal via via dei francesi, poi eccolo di nuovo passare proprio sotto i nostri piedi. Stavolta anche lei aveva visto, ma più vergognosa che intimorita, si limitò ad irrigidirsi sul sedile stringendomi forte il braccio. Le feci segno di stare zitta:”Vediamo cosa succede”,  dissi.

In quel momento, placida come un ippopotamo nell’acqua, accovacciata su due sedili, si stava risvegliando dalla siesta una matrona birmana; lo smilzo marito sedutole di fronte era intento a preparare l’ennesimo betel da ruminare.
La donna si fece passare il nesessaire e cominciò pure lei la preparazione, che con pochi gesti, rapidi e sicuri, si infilò in bocca.

“Vediamo dove cavolo sputano questi” pensai, dato che assumendo betel sputare diventa una necessità tale che le strade sembrano la scena di un genocidio, impiastricciate come sono delle chiazze rosso sangue.

Ed ecco che il marito smilzo sciolse il mio interrogativo: con un gesto veloce si sporse dal finestrino aperto e rilasciò il prodotto del proprio biascicamento, seguito a ruota dalla moglie. Altri local seduti un po’ più avanti si erano industriati creando una sputacchiera con una bottiglietta di plastica che ora campeggiava in bella mostra mezza piena su un sedile vuoto.

Immerso in questi pensieri controllavo gli spostamenti del nostro piccolo amico, sorpreso che nessun altro si fosse ancora accorto dell’ospite non pagante che viaggiava con noi.

Ma ad un tratto accadde: urla femminili coprirono il rollio del treno, prima ad una voce poi man mano, come in un coro, entrarono in scena anche la seconda e terza voce.
Le francesi avevano visto il topo, o forse solo una di loro, ma poi urlando aveva dato la notizia, e, come un’epidemia, il terrore occidentale si era diffuso rapidamente. Mi girai e le vidi in piedi sui sedili, mani alla bocca, scrutare atterrite i possibili movimenti del topolino.
Superiori, i birmani se la ridevano composti, probabilmente pensando:” E’ solo un topo e dopo tutto lui è a casa sua, lui!”

Ma ormai il Gokteik si mostrava in tutta la sua imponenza, tutti noi occidentali, in un baleno dimentichi del nostro ospite inatteso, riversammo le nostre attenzioni a quell’ammasso di ferraglia tanto atteso. Foto!

 

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